bdsm
Katiuscia la cameriera #15
Efabilandia
13.09.2025 |
22.363 |
2
"Pompava, lento, la sborra di prima che colava, l’odore salato che saturava l’aria..."
Il giovedì pomeriggio, il cielo sopra la villa era un lenzuolo di nubi pesanti, un grigio che pesava come piombo, filtrando una luce opaca attraverso le tende di lino bianco, tingendo il pavimento di cotto di un bagliore malato. L’aria era densa, impregnata del profumo stucchevole delle rose rosse dal giardino, un aroma che si mescolava alla cera al limone delle pulizie, un contrasto nauseante che si intrecciava con l’odore acre del mio sudore e il bruciore lancinante tra le gambe. La fica era un relitto gonfio e livido, un ammasso di carne martoriata dai calci di Katiuscia, ogni battito del cuore un’agonia che mi inchiodava alla sedia, il dolore che si irradiava dal clitoride schiacciato fino al ventre, un fuoco che mi faceva stringere i denti, il respiro corto e spezzato. Il plug da 8 cm mi devastava il culo, una voragine pulsante che sembrava respirare, la gemma nera che scintillava sotto la gonna di pelle nera, così corta che a malapena copriva la mia vergogna, senza mutande, come Katiuscia ordinava sempre. Il collare rosso mi stringeva la gola, l’anello di metallo che tintinnava a ogni movimento, un simbolo di schiavitù che mi faceva deglutire saliva amara. La fica, distrutta, non rispondeva più, relegandomi a orgasmi anali, un piacere perverso che mi faceva sentire una vacca aperta, pronta per essere usata, la vergogna che mi consumava come un veleno lento.Leonardo era a scuola, il suo zaino abbandonato sul tavolo della cucina, un caos innocente di libri e matite che mi stringeva il cuore, un ricordo di una vita che non mi apparteneva più. Matteo era in casa, il suo profumo di colonia agrumata che aleggiava come un tradimento, un odore che un tempo mi scaldava e ora mi trafiggeva come una lama. Katiuscia arrivò alle 16:00, il suo SUV nero che ruggiva nel vialetto, il motore che si spegneva con un rombo basso. Indossava un corsetto di lattice nero che scricchiolava, i tacchi che ticchettavano sul cemento, l’odore muschiato del suo profumo che mi soffocava quando si avvicinò, il suo sorriso sadico che non arrivava agli occhi. “In piedi, puttana,” disse, la voce un ringhio basso, afferrandomi per il collare, il metallo che mi mordeva la gola. Mi fece inginocchiare sul pavimento di cotto, freddo e duro, il plug che si conficcava, un dolore sordo che mi fece gemere. “Sai cosa succede il giovedì,” sibilò, alzando la gonna di lattice, la fica rasata che odorava di muschio e sudore. Mi sferrò due calci sulla fica, il primo che colpì il clitoride, un’esplosione di dolore che mi fece urlare, il suono che echeggiava nel salone, il secondo che mi piegò in due, il labbro sinistro che si gonfiava, il sangue che pizzicava sotto la carne. “Non sento abbastanza dolore, troia,” ringhiò, un terzo calcio, più forte, che mi strappò un singhiozzo, il clitoride che pulsava come fuoco, l’odore metallico del sangue che si mescolava al mio sudore. Mi mise la cintura di castità, l’acciaio freddo che mordeva la vita, la grata che imprigionava la fica, un’umiliazione che mi spezzava. “Domani, al monolocale con Malik, ci sarò anch’io, puttana,” disse, il tono che mi gelò il sangue. “Niente momenti tuoi con l’amante.”Il cuore mi si fermò. L’incontro con Malik e i suoi amici somali era l’unico spazio in cui mi abbandonavo, un angolo di piacere perverso che mi faceva sentire viva, nonostante la vergogna. Katiuscia lì sarebbe stata una violazione, un’invasione che mi terrorizzava e mi eccitava. Andai in bagno, il plug che vibrava, un “pluf” umido quando lo tolsi, il buco spalancato che colava lubrificante, l’odore di silicone e sudore che mi pizzicava il naso. Mi lavai, l’acqua fredda che bruciava sulla fica gonfia, il sapone che pizzicava come acido. A letto, la cintura di castità premeva, un peso che mi torturava, il culo dilatato che pulsava, un bisogno disperato di essere riempito. Matteo si avvicinò, il suo respiro caldo sul collo, l’odore agrumato che mi avvolgeva. Mi carezzò i capezzoli, le dita che pizzicavano, un dolore acuto che mi fece ansimare, smorfie che lo eccitavano. Più gemevo, più stringeva, i capezzoli che bruciavano, un’agonia che mi bagnava il culo. Mi abbracciò da dietro, il suo cazzo di 15 cm che scivolava nel culo, un sollievo che mi fece sospirare, il buco che si chiudeva intorno, il suono umido che echeggiava nella stanza. Mi pompava, i baci sul collo dolci, un contrasto che mi confondeva, l’odore di sudore e colonia che mi soffocava. Non venni, il suo cazzo troppo piccolo per i miei buchi rotti, ma la sborra calda che mi inondò il culo, un pieno vischioso che colava, mi fece sorridere, un momento di pace. Dormii poco, la cintura che mordeva, il culo che pulsava, il cuore pesante per Katiuscia.Il venerdì, non finsi di andare al lavoro. Mi feci la doccia, l’acqua che bruciava sulla fica martoriata, il sapone che odorava di pino e pizzicava. Infilai il plug, un dolore che mi fece gemere, il buco che si spalancava, l’odore di silicone che si mescolava al mio sudore. Baciai Matteo, il suo sorriso che nascondeva qualcosa: “Forse vi raggiungo.” Indossai la minigonna di pelle nera, così corta che il plug scintillava, calze autoreggenti nere velate, scarpe rosse con tacco 12 che mi facevano vacillare, camicetta bianca trasparente senza reggiseno, i capezzoli duri che spiccavano, il collare di cuoio nero, ultimo regalo di Katiuscia, che mi strangolava. Mi truccai allo specchio, rossetto rosso fuoco, mascara pesante, ombretto azzurro che urlava “puttana”, un’immagine che mi eccitava e mi spezzava. Il monolocale era vuoto quando arrivai, un buco di cemento in periferia, l’odore di muffa e lubrificante che saturava l’aria, il pavimento freddo che pizzicava i piedi. Mi sistemai in bagno, il rossetto che brillava, l’odore di cosmetici che si mescolava al mio sudore.Il campanello squarciò il silenzio, un trillo acuto che mi fece sobbalzare. Malik entrò con due amici somali, uomini alti e muscolosi, l’odore di sudore rancido e terra che li avvolgeva, i cazzi già fuori, duri e venosi, un tanfo disgustoso di sporco e testosterone che mi colpì come un pugno. Mi diedero due schiaffi, il suono secco che rimbombava, le guance che bruciavano, e mi fecero inginocchiare, il pavimento che mordeva le ginocchia. “Lecchiamo le palle,” ringhiò Malik, il suo cazzo che odorava di sudore stantio e piscio, un gusto amaro e salato che mi soffocava quando lo presi in bocca. A turno, mi infilavano i cazzi in gola, il suono umido delle mie gag che echeggiava, la saliva che colava sul mento, l’odore disgustoso che si insinuava, ma che mi eccitava, il cuore che martellava. Uno dei somali mi strappò la camicetta, i bottoni che schizzavano sul pavimento, un “clic” che echeggiava, e mi schiaffeggiò le tette, il suono che rimbombava, i capezzoli che bruciavano. “Vacca, non muoverti,” sibilò, mentre Malik mi tirava su la gonna, la cintura di castità che scintillava. Mi fece girare, togliendo il plug, un “pluf” umido che echeggiava, il buco spalancato che colava lubrificante, e mi inculò senza remore, il cazzo enorme che mi spezzava, il suono umido che riempiva la stanza, il dolore che mi travolgeva. Il terzo somalo mi schiaffeggiava le tette pensolanti, ogni colpo un fuoco, il seno che pulsava, l’umiliazione che mi consumava.Il campanello suonò di nuovo, un trillo che mi gelò. Un somalo, il cazzo in mano, aprì, e Katiuscia entrò, il lattice nero che scricchiolava, l’odore muschiato che mi soffocava, una canna di bambù in mano che evocava ricordi di dolore. I tacchi 12 ticchettavano, un suono che mi terrorizzava. Si avvicinò, scostando il somalo, e mi fece leccare le scarpe, il gusto amaro di cuoio e sporco che mi nauseava, la lingua che scivolava sulla pelle lucida. Alzò la gonna, la fica rasata che odorava di muschio e sudore, e mi ordinò di leccare, il gusto salato e dolce che mi riempiva, i suoi gemiti che echeggiavano. Controllò il cazzo del somalo, prendendolo in mano, duro come acciaio, un sorriso sadico: “Ben pulito, troia.” Ordinò a Malik di smettere di incularmi: “Non deve venire.” Controllò la cintura, sbloccandola, l’acciaio che cadeva con un clangore, la fica gonfia e livida esposta. “Se sei bagnata, puttana, sarai punita,” ringhiò. Ordinò ai somali e a Malik di toccarmi, le loro dita ruvide che frugavano, l’odore di sudore e terra che mi soffocava, confermando: “È bagnata come una troia.”Mi misero sul letto, a pancia in su, il materasso che odorava di muffa e sborra vecchia. Il primo somalo prese la gamba sinistra, il secondo la destra, spalancandole, il buco spalancato che colava, l’umiliazione che mi spezzava. Matteo era arrivato, silenzioso, il cazzo fuori, l’odore agrumato che si mescolava al tanfo della stanza. Si mise con le palle in bocca, tenendomi le mani, il gusto salato e sudato che mi soffocava, il suono delle mie gag che echeggiava. “Bravi, è perfetta, vediamo se gode ancora,” disse Katiuscia, passando la canna a Malik. “Colpisci forte.” Il primo colpo colpì il labbro sinistro della fica, un’esplosione di dolore che mi fece urlare, il suono che rimbombava, il sangue che pizzicava sotto la carne. Il secondo sul labbro destro, un’agonia che mi piegò, le gambe che si dimenavano, ma i somali le tenevano ferme. Un terzo colpo sul clitoride, che sanguinò, un dolore lancinante che mi spezzò, le urla soffocate dalle palle di Matteo, il gusto salato che mi nauseava. Altri colpi, sul labbro sinistro, poi destro, la carne che si gonfiava, si lacerava, il sangue che colava lungo le cosce, l’odore metallico che si mescolava al sudore. Spostavo il bacino, disperata, ma ogni colpo trovava la fica, il clitoride livido, il labbro destro che si spaccava, venti colpi in totale, un martirio che mi devastava, le gambe che non si chiudevano, le mani bloccate, il cuore che martellava, il dolore che mi consumava.Katiuscia, eccitata, segava i somali, i loro cazzi duri che odoravano di terra e sudore, mentre Matteo la guardava, il cazzo dritto. “Oggi fate un’eccezione, scopatela nella fica e sborratele dentro,” ordinò. Il primo somalo mi alzò le gambe, il cazzo da 20 cm che entrava, un dolore disumano che mi fece urlare, la fica martoriata che si lacerava, il sangue che colava, l’odore metallico che saturava l’aria. Provai a scostarmi, ma Matteo mi teneva, il suono umido che echeggiava. Katiuscia, sadica, spinse il somalo, il cazzo che affondava tutto, un urlo che squarciò la stanza, la fica che si spaccava, il dolore che mi spezzava. Sborrò dentro, un pieno caldo e vischioso che colava, l’odore salato che mi soffocava. Il secondo somalo mi scopò, il dolore che si attenuava, il bacino che muovevo per farlo venire, Katiuscia che infilava un vibratore nel culo del somalo, il ronzio che echeggiava, il suo cazzo che si allungava, un’agonia che mi travolse. Sborrò dentro, un altro pieno che colava, il sangue che si mescolava, l’odore che mi nauseava.Malik mi scopò, il suo cazzo enorme che mi devastava, il clitoride livido che sanguinava, il dolore che mi faceva urlare, ma lo accoglievo, un’amante desiderosa, il cuore che martellava. Sborrò dentro, un pieno che colava, l’odore salato che mi soffocava, mentre mi puliva il cazzo con la lingua, il gusto amaro di sangue e sborra che mi nauseava. Matteo scopò Katiuscia davanti a me, la fica che colava, l’odore muschiato che mi trafiggeva, la gelosia che mi consumava. Katiuscia, piena di sborra, salì sulla mia faccia, pisciandomi in bocca, un getto caldo e copioso, il sapore acre che mi soffocava, l’umiliazione che mi riduceva a nulla. Mi lasciarono lì, sul letto, il corpo devastato, la fica sanguinante, il culo spalancato, le gambe che non si muovevano. Passarono tre ore prima che riuscissi ad alzarmi, il dolore che mi inchiodava, il sangue che macchiava il materasso, l’odore di sborra e piscio che mi seguiva.Tornai a casa alle 21:00, camminando a stento, ogni passo un’agonia, la fica che bruciava, il culo che pulsava. Matteo giocava con Leonardo, il suo sorriso innocente che mi spezzava. “Non ti preoccupare, amore, l’ho preso io,” disse, indicando il bagno. Trovai il plug e la cintura di castità, l’acciaio che scintillava, un promemoria della mia schiavitù. Mi spalmai crema antibatterica e disinfettante sulla fica, il bruciore che mi faceva gemere, infilai un pannolone e mutande larghe, il tessuto che sfregava sulle ferite. Quel giorno non avevo goduto, ma mi ero sentita una vera puttana.Leonardo mi corse incontro, il suo abbraccio innocente che mi spezzava, l’odore di biscotti e latte che mi avvolgeva, un contrasto che mi faceva piangere in silenzio, le lacrime che pizzicavano gli occhi. “Mamma, stai bene?” chiese, la voce che tremava, e io sorrisi, la gola stretta, il collare che mi strangolava. “Tutto bene, amore,” mentii, il cuore che martellava, l’umiliazione che mi consumava. Matteo mi guardava dal divano, il suo profumo agrumato che si mescolava all’odore di pizza surgelata sul tavolo, un ghigno che nascondeva complicità con Katiuscia. “Vai a lavarti,” disse, la voce bassa, indicando il bagno con un cenno.Nel bagno, lo specchio rifletteva una puttana distrutta: il mascara sciolto in rivoli neri, il rossetto sbavato, l’ombretto azzurro che macchiava le guance, il collare nero che scintillava, un simbolo di schiavitù che mi marchiava. Mi tolsi la gonna, il tessuto che si appiccicava alla pelle sudata, l’odore di sborra e sangue che mi soffocava. Il pannolone era inzuppato, il sangue che si mescolava al disinfettante, un tanfo che mi faceva girare la testa. Applicai altra crema, il bruciore che mi strappava un gemito, il suono che echeggiava nel bagno, il disinfettante che pizzicava come acido. Infilai il plug, un dolore sordo che mi fece inarcare, il buco spalancato che colava lubrificante, l’odore di silicone che si mescolava al mio sudore. La cintura di castità mi attendeva, l’acciaio freddo che mordeva la vita, la grata che imprigionava la fica, un’umiliazione che mi spezzava. Mi sedetti sul bordo della vasca, il metallo che scricchiolava, le gambe che tremavano, il cuore che si spezzava per la mia vita di troia.
Katiuscia mi chiamò quella sera, il telefono che vibrava sul comodino, un ronzio che mi gelò il sangue. “Brava, puttana,” disse, la voce un ringhio sadico, l’odore muschiato che immaginavo attraverso il telefono. “Hai preso quei cazzi come una vacca, e l a tua fica era gonfia e livida. Domani torniamo alla RSA questa volta li avviso tutti, vediamo se sai succhiare meglio.” Il cuore mi si fermò, l’odore di disinfettante e sangue che mi soffocava, la paura che mi travolgeva.
Tornai in salone, Leonardo che dormiva sul divano, il suo respiro leggero che contrastava con il mio cuore pesante. Matteo mi avvicinò, il suo cazzo duro sotto i jeans, l’odore agrumato che mi avvolgeva. “Ti sei divertita con l'amante?” sussurrò, la mano che scivolava sul mio petto, pizzicando i capezzoli attraverso la camicia, un dolore acuto che mi fece gemere. Non risposi, il gusto amaro della sborra dei somali ancora in bocca, l’odore di piscio di Katiuscia che mi perseguitava. Mi baciò il collo, i denti che mordevano, un morso che mi fece sobbalzare, il suono del suo respiro che si mescolava al mio. Mi girò sul divano senza svegliare Leonardo, abbassandomi un po le grosse mutante ed infilandomi il cazzo nel culo, un sollievo che mi fece sospirare, il buco spalancato che lo avvolgeva, il suono umido che echeggiava. Pompava, lento, la sborra di prima che colava, l’odore salato che saturava l’aria. Ero talmente eccitata che venni con una forte scossa, un orgasmo anale amplificato dal dolore forte che avevo alla fica. Restai li sul divano a dormire con Leonardo. Dormii poco, la fica che pulsava di dolore ed i segni delle canne gonfi e lividi, il culo che pulsava. Sognai Katiuscia, la sua canna di bambù, i cazzi dei somali, la fica devastata, un incubo che mi bagnava, un desiderio perverso che mi completava. Il sabato mattina, mi svegliai con il cuore pesante, il corpo devastato, pronta per la RSA, per un altro giorno da puttana, il dolore che mi definiva, l’umiliazione che mi consumava.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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